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BEAUTY NEWS

Gaia è apparsa splendida in bianco durante la sua prima esperienza sul palco del Festival di Sanremo, dove ha presentato "Cuore Amaro". Fin dai primi secondi dell'esibizione, però, sul web è stata lanciata la provocazione: il look della cantante ricordava moltissimo quello sfoggiato lo scorso anno da Elettra Lamborghini.Continua a leggere

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La Rappresentante Di Lista (LRDL), già ospite a Sanremo 2020 in duetto con Rancore, quest'anno è tornata all'Ariston gareggiando tra i Big col brano "Amare". La queer band è composta dal polistrumentista Dario Mangiaracina e dalla cantante Veronica Lucchesi. Quest'ultima ha stupito tutti con un gesto che non è passato inosservato.Continua a leggere

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Tutto ha inizio con con una mail. Un’amica mi scrive, è un'avvocata affermata, Giudice Onorario presso il Tribunale. Da tempo non la sentivo, non stava bene e ai miei tentativi di raggiungerla, la mamma che incontro sotto casa quasi ogni giorno, mi diceva sempre “non è ancora il momento”.  Ella Mazni ha 50 anni anni, un marito, avvocato anche lui, e un figlio quasi maggiorenne. È simpatica, allegra, sagace. Ha sempre una battuta che ti spiazza. Certo non posso dire che, quando i nostri bimbi si sono conosciuti e noi ci frequentavamo più spesso, non avessi notato in lei un non so che di triste, qualche pensiero cupo, ma cupo davvero, che usciva tra una battuta e un sorriso. Ma non avrei mai pensato che quei pensieri potessero essere i prodromi, gli inizi lontani di una forma depressiva davvero cattiva che Ella ha voluto raccontarmi. 

“Avevo paura persino a salare l'acqua della pasta”

“Ho iniziato ad accusare i primi segni di una depressione circa 5 anni fa ma fin da bambina ogni tanto - out of the blue e senza una ragione evidente - mi isolavo, non volevo parlare più con nessuno e piangevo. Nessuno ci aveva fatto caso. Ma qualche anno fa quei pensieri tristi che ero sempre riuscita a gestire erano diventati catastrofici, si erano trasformati in deliri che navigavano tra sentimenti profondi di inadeguatezza. Ricordo che avevo paura di sbagliare anche solo a mettere il sale nell’acqua bollente per cuocere la pasta! Paolo, il mio unico figlio che amo visceralmente, era in piena preadolescenza e aveva più che mai bisogno di me.  Eppure è stato proprio in quel momento che ho finito per incontrare il profondo disagio psichico della “Depressione Maggiore”. Inizio a visitare psichiatri e psicologi. Per fortuna non ero refrattaria alle cure: prendo gli psicofarmaci che mi vengono prescritti. Ma è tutto inutile. Non mi alzo più dal letto, non mi lavo, non mi cambio, mi trascuro completamente; quel che mi fa più male, ancora oggi è che trascuro Paolo e naturalmente mio marito Giovanni. La casa, poi…. Di punto in bianco abbandono il lavoro, non mi presento più in tribunale dove, pur stimandomi, sono costretti a dichiararmi decaduta dal ruolo di giudice onorario per non aver più preso parte alle udienze. Non nego che avevo pensato addirittura di farla finita. E per portare a termine il mio infausto progetto mi ero persino iscritta a una di quelle cliniche in Svizzera che ti accompagnano a un suicidio assistito”

Miles Aldridge Vogue Italia gennaio 2012“Si vive questa condizione con pudore, imbarazzo, vergogna”

Dove si può trovare la forza di uscire da una situazione come questa? L'abbiamo chiesto a Nicola Dusi, psichiatra del Policlinico di Milano, che ha aiutato Ella a uscire dal tunnel. 

La Depressione è una malattia, purtroppo, frequente e invalidante. Nel corso della vita 1 persona su 6 va incontro a un episodio depressivo. È una condizione di sofferenza ancor più aggravata dalla difficoltà di comprendere, comunicare e condividere un disagio intimo e personale che non può essere colto in modo immediato, con un esame o un test, come in alcune altre branche della medicina. Eppure chi la sperimenta sa bene che la depressione è molto reale e intacca il proprio modo di percepirsi e di relazionarsi con gli altri. Tuttavia, ancora, si vive questa condizione con pudore, imbarazzo, vergogna. Non soltanto perché la depressione stessa, di per sé, comporta alcuni di questi sentimenti, ma perché ancor troppo spesso viene fraintesa, ignorata o respinta, e la persona si sente giudicata ed esclusa. Eppure la depressione può essere prontamente diagnosticata da uno specialista e sono disponibili numerosi rimedi efficaci. Talvolta il percorso può essere lungo e accidentato ma sono molte le testimonianze positive in tal senso. La storia di Ella ne è un esempio. Ella ha dovuto fare numerosi tentativi di cura prima di ritrovare un “nuovo” benessere. Ha consultato molti psichiatri, psicologi, ha tentato molte cure e ha intrapreso alcuni percorsi ospedalieri. Non è stata una strada né breve né facile. Ma da alcuni mesi si sente di “nuovo” meglio. Sottolineo il termine “nuovo” benessere. Le crisi, quando avvengono, sono spesso inattese e sgradite. La nostra prima reazione è quella di resistere, di cercare di ripristinare l’esistente. Spesso non possiamo. Dobbiamo accettare che si dovrà creare un “nuovo” equilibrio. Magari, dopo qualche tempo, lo giudicheremo migliore di prima. Ella è riuscita ad accettare una modifica della sua vita. Ha sopportato di perdere qualcosa e di introdurre alcune cose che prima non c'erano. Non svolge più il suo lavoro in tribunale, tuttavia ha cominciato a scrivere e si dedica a molte iniziative in ambito sociale. Credo che al di là degli elementi più squisitamente clinici, ovviamente fondamentali, Ella stia meglio per questo motivo. È riuscita ad accettare il cambiamento con ironia e con uno sguardo disincantato, un po’ sarcastico, ma benevolo, sulla sua vita e sui suoi limiti. Un po’ come si evince dai personaggi dei suoi racconti…

Personaggi come Domenico Besozzo (di cui saprete più avanti)

La scrittura, appunto! Ma andiamo per gradi: il primo ricovero di Ella è a Villa Turo, poi segue il Policlinico di Milano e Villa Cristina a Nebbiuno. Sei mesi di ricoveri psichiatrici, lontano dalla famiglia. Difficili. Pesantissimi. Ma Ella ce la fa. E ce la fa perché oltre ad aver trovato la giusta cura farmacologica, oltre ad aver incontrato psichiatri che piano piano la aiutano a “convivere” con quel lato di se più oscuro, scopre in uno dei suoi soggiorni a Nebbiuno, il potere terapeutico della scrittura creativa.

Tim Walker, Vogue Italia gennaio 2012

“Appena uscita dalla clinica ho deciso di cancellarmi dall’Albo degli Avvocati. Non faceva più per me. Ho provato a iscrivermi a qualche scuola di scrittura, ma nessuno voleva un’ex avvocata di 50 anni. Non me la sono presa: me l’aspettavo. Racconto a un amico - Giovanni de Feudis,  noto regista teatrale e “pupillo” di Giorgio Albertazzi - della mia nuova passione per lo scrivere e lui mi offre il suo aiuto. Io scrivo e insieme correggiamo. E in questo, il lockdown, la chiusura dei teatri, il silenzio degli attori ci ha regalato un tempo che per me è stato una pura manna.

“Quello dello scrittore è un mestiere che non si può insegnare, ci racconta De Feudis. ”Ma si può tranquillamente imparare. Strano, no? Eppure è così. Mi sono sforzato anzi, ho fatto davvero di tutto, per insegnare il meno possibile. Tutto ciò che Ella ha involontariamente imparato l’ha solo ricordato. Voglio dire che i suoi racconti esistevano già prima che incontrasse me, in chissà quale anfratto segreto della sua anima. Solo che erano inaccessibili, accatastati, impolverati e protetti da un chiavistello infame. Io avevo il passepartout e gliel’ho dato. Se un giorno dovesse accusarmi di non averle insegnato nulla, sarei felicissimo. Vorrebbe dire che per la prima volta - almeno da un punto di vista professionale – tutti i miei sforzi sono serviti a qualcosa. 

Così nasce il primo racconto, una rivisitazione di un testo di Truman Capote. Ella non si lancia subito nella creatività pura, non sa ancora di esserne capace. Il risultato finale però le piace. E allora arriva il secondo racconto, poi il terzo. Qui anche l’idea è sua, è un lavoro di pura fantasia. Protagonisti sono tipi umani che a volte ricordano le persone che Ella incontra sulla sua strada, che immagina o che sono una parte della sua complessa personalità. Di sottofondo, tuttavia, si ritrova nei personaggi  il grande disagio che ha vissuto. Ma è un disagio sfumato, che talvolta sfiora il comico, o meglio il tragi-comico. Nasce così l’idea di scrivere una breve raccolta dal titolo “senza tempo né altro”.

Ho sempre pensato che scrivere le sarebbe servito, che le avrebbe fatto bene, che molto probabilmente i racconti sarebbero stati la medicina più indolore, sicuramente l’unica senza effetti collaterali. Ma io non l’ho mai vista come una malata. Ella non è mai stata la mia paziente. Lei è stata ed è tuttora semplicemente una mia allieva. Forse la mia allieva preferita. Ma solo per i risultati letterari raggiunti. Penso che certe volte per guarire basta non sentirsi trattati da malati. Sembra così dannatamente facile. O forse, è solo la scrittura a farlo sembrare tale. 

“Così anch'io ho finito per credere di non essere più malata. Sono contenta di alzarmi dal letto la mattina. Di gioire del sorriso di Paolo che tra poco compie 18 anni. Fino a qualche tempo fa mi sembrava impossibile! E se mi guardo indietro stento io stessa a capire come abbia potuto succedere e, quasi, fatico a perdonarmi (su questo devo ancora lavorare).  Qui comunque mi sono concessa solo il nome di fantasia, tutto il resto, credetemi, è verità”.

E ora se volete, mettetevi comodi (perché è lunghetto, ma ne vale la pena) e leggete uno dei racconti di Ella, il mio preferito tra quelli che mi ha inviato.

Il talento del portiere. Il più bel racconto di Ella

La vita di Domenico Besozzo, a guardarla senza dedicarvi la dovuta attenzione, potrebbe apparire una vita come tante. In effetti, in quei  suoi primi 65 anni, non c’è stato nulla di particolarmente epico o avventuroso.  A uno sguardo superficiale, la sua,  si sarebbe potuta definire un’esistenza  banale e prevedibile, al limite della noia. Eppure …. Qualcosa di assurdo, se non di inspiegabile, l’ha perseguitato sin dalla sua nascita.

Era dalle 5 di mattina che stava nevicando fitto fitto e la macchina dei  coniugi Besozzo era letteralmente ricoperta di neve. Ma la signora Besozzo, pur essendo all’ottavo mese di gravidanza, non voleva sentire ragione. Era sabato, il giorno in cui lavoravano di più e quindi non si poteva assolutamente tenere chiuso il negozio. I coniugi Besozzo gestivano una piccola bottega di frutta e verdura in pieno centro e da quando, quindici anni prima, si erano trasferiti in quella cittadina di provincia, non erano mai stati chiusi.

Quella domenica, la signora Besozzo svegliò il marito nel cuore della notte : >. Il signor Besozzo saltò giù dal letto in un lampo e, dall’agitazione, si buttò il cappotto sul pigiama e fu subito in macchina.  Peccato che, nella fretta, avesse dimenticato sua moglie sul letto ormai quasi completamente  fradicio. Solo dopo qualche chilometro si accorse della sua assenza. Inchiodò l’auto e ingranò la retromarcia e guidò così sino a casa, nonostante la neve e le curve. Fece le scale tre alla volta e si caricò la moglie sulle spalle, che poi “scaricò” sui sedili posteriori in finta pelle della loro 600 FIAT famigliare. E fu solo grazie a Dio, con la collaborazione del sangue freddo della signora Besozzo, se il parto non avvenne in macchina!

La strada era sempre più ricoperta di neve, ma lui guidava veloce. Avevano già due maschi, Marco di 10 anni e Alberto di 7, e la femmina era molto desiderata soprattutto dalla signora Besozzo. L’avrebbero chiamata Beatrice  :  , blaterava sempre più madida di sudore e di aspettative.

Non appena raggiunsero l’ospedale, la signora Besozzo venne trasferita d’urgenza in sala parto e dopo circa un’ora, l’ostetrica ne  uscì con un fagottino che mise nelle braccia del papà : disse con visibile entusiasmo, . Dunque un altro maschio. Giancarlo accolse la notizia con lo stesso umore con cui, anni addietro, aveva appreso di essere stato scartato al provino delle giovanili della sua squadra del cuore. Ruotò lentamente la testa verso la sala parto, dove regnava, da qualche minuto, un incomprensibile silenzio e  pensò solo alla delusione della moglie; non si erano neppure mai chiesti che nome dargli nel caso fosse nato un maschietto,  per non dire del corredino, tutto predisposto in rosa!

Quei lunghissimi corridoi asettici e incolori, disseminati di porte socchiuse dalle quali provenivano le voci eccitate dei neo-genitori, talvolta interrotte dal pianto dei loro bambini, lo disorientavano. Rallentava sempre di più il passo, “nell’astuta” speranza di ritardare l’incontro con l’ufficiale dell’anagrafe cui avrebbe dovuto “confessare” di non avere nessun nome da dare al suo bambino. E più si sforzava di trovarne uno, più gli venivano in mente solo nomi femminili. A un certo punto si accasciò su una sedia gelida e pallida come le sue guance e si prese la testa tra le mani. Chi lo vedeva non poteva che pensare che gli fosse successa una disgrazia! Invece Giancarlo era semplicemente disperato all’idea di quella che avrebbe potuto essere la reazione dell’indomita moglie. L’avrebbe forse obbligato a ritentare con un quarto figlio pur di avere l’agognata femmina? Si alzò e si diresse quasi barcollando all’ufficio dell’anagrafe. Di tutta l’imprudenza con cui aveva guidato sulle strade innevate pochi minuti prima, non vi era più traccia.  Camminava sui marciapiedi ghiacciati dell’ospedale, tra le auto parcheggiate, con la stessa lentezza del condannato a morte che si accinge a raggiungere il patibolo. Quando, faticosamente, fu al cospetto dell’ufficiale dell’anagrafe -che guardava a stento, con occhi vacui ed interrogativi- l’unica frase che gli parve di capire fu un generico “come lo chiamate”.

, esclamò l’impiegato comunale con una certa alterigia di stampo cattolico-borghese. Ne seguì un lungo silenzio. Poi sbottò

Il signor Besozzo era drammaticamente frastornato e, lì per lì, gli sembrò un’ottima idea. E così venne al mondo Domenico, alle 6.29 di domenica del 29 febbraio, il che significava che il piccolo avrebbe festeggiato il compleanno ogni quattro anni. E dal momento che il nome fece inorridire la moglie -che ebbe quasi una crisi isterica-  tutti iniziarono da subito a chiamarlo Mino.

Mino era un bambino tranquillo. Mangiava, dormiva, dormiva, mangiava,  evacuava con regolarità e non diede mai alcun problema ai genitori, … quasi avesse capito sin  da subito che -non essendo nato femmina-  quello era l’unico modo per farsi amare. La risoluta signora Besozzo  si era categoricamente rifiutata  di buttare il corredino,  e per questo Mino, seppure inconsapevolmente, data la tenerissima età, fu costretto ad indossare, con disinvolta naturalezza, completini e cappellini rosa confetto che, in ogni caso, mai fecero dubitare circa la sua mascolinità.  

A differenza dei fratelli, a tre anni esatti fu mandato all’asilo, affinchè imparasse qualcosa di diverso dai nomi della frutta e della verdura.  Anche qui, Mino si rivelò un bimbo “facile”. Eseguiva con impegno i lavoretti che gli venivano assegnati, cercava di non litigare con i compagni e manifestò una certa passione per il gioco del calcio, o meglio, per il possesso del pallone del gioco del calcio. Infatti appena vedeva i suoi compagni prendere a calci una palla e  rincorrerla per tutto il cortile lui, immancabilmente, si precipitava ad afferrarla, in qualunque modo, forse nell’infantile intento di salvaguardare le finestre della scuola.   Cosicchè la maestra un giorno gli disse .

Anche alle elementari ed alle medie, Mino si fece ben volere da tutti. Indossava di buon grado i vestiti smessi dai suoi fratelli -che non erano mai della taglia giusta e spesso  visibilmente rattoppati-  e faceva tutti i compiti con regolarità e con un certo profitto. Appena aveva un po’ di tempo libero si ritrovava all’oratorio con i compagni a giocare a calcio nel suo naturale ruolo di portiere, così come aveva preconizzato la sua adorata maestra dell’asilo.

Nel frattempo i fratelli maggiori, per nulla votati allo studio, avevano iniziato a lavorare nel negozio di famiglia che, negli anni,  si era ingrandito  ed aveva aperto un reparto  di conserve e cibi pronti, tutti preparati dalla signora Besozzo.

Per Mino, tuttavia, i signori Besozzo sognavano un futuro diverso, un futuro di successo; anzi non si limitavano a sognarlo, ne erano certi!  E visto che riusciva bene negli studi e nel gioco del calcio, lo iscrissero all’istituto tecnico di ragioneria  ed alla squadra locale di pallone.

Gli anni passavano e Mino non deludeva le aspettative di nessuno. Continuava ad essere  un ragazzo mite e diligente, così come lo era stato da bambino. Sembrava che su di lui,  il tormentato periodo dell’adolescenza, non avesse smosso né l’ormone, né alcuna idea trasgressiva. I coniugi Besozzo erano orgogliosi di quel figlio quasi come se avessero vinto un premio Nobel.

Appena terminati gli studi Mino trovò subito lavoro come contabile in una delle aziende più floride del capoluogo, la Persichetti Dolciumi, che raggiungeva tutti i giorni  con un torpedone impiegando quasi due ore.  Naturalmente, durante quelle due ore, si portava avanti nel lavoro.

Unico rammarico, aver dovuto rinunciare al sogno di diventare  portiere di una famosa squadra di calcio, magari proprio la sua squadra del cuore. D’altronde Mino era rimasto un ragazzo minuto, per non dire gracilino ed il gioco del calcio non gli si confaceva più. Infatti già in terza media, nell’effettuare una straordinaria parata, era caduto sulle ginocchia riportando gravi lesioni ai legamenti. Era seguito un  lungo periodo di riposo e poi di riabilitazione, dai quali, tuttavia, ne era uscito leggermente “menomato”. Gli avevano diagnosticato una certa fragilità delle cartilagini, che col tempo si era aggravata tanto che anche i suoi risultati calcistici ne avevano risentito parecchio con conseguente irritazione dei compagni di squadra.

Quindi, di fronte alla possibilità di un lavoro sicuro e ben remunerato presso la Persichetti Dolciumi, anche la signora Besozzo, col suo consueto pragmatismo,   l’aveva esortato ad abbandonare il suo sogno e  ad accettare l’impiego, certa che lì avrebbe fatto comunque un’ottima carriera.  L’entusiasmo poi crebbe a dismisura, quando Mino riferì in famiglia che la trentenne,  corpulenta, unica figlia del capo,  Silviana Persichetti  -soprannominata dai pettegoli maligni del posto “la Chiattona”, proprio   per la sua stazza e  per l’aspetto davvero infelice-  aveva messo gli occhi su di lui.

, lo incoraggiava la madre, incurante della notevole differenza di età (esattamente 11 anni);  di “misura” (Mino era quasi un quarto rispetto a  “Silviana-la Chiattona”);  e delle legittime rimostranze del figlio.  In effetti, quantomeno in apparenza, la coppia sembrava alquanto bizzarra !

Dopo un lungo e insistente corteggiamento da parte di Silviana, in collaborazione con  un assiduo lavaggio del cervello della madre,  il buon Mino capitolò e il fidanzamento venne ufficialmente annunciato. Per l’occasione i coniugi Besozzo si fecero fare abiti su misura ed offrirono uno speciale rinfresco a parenti, amici e, perfino, alle aziende concorrenti. Parteciparono tutti elogiando l’eleganza -inconsueta- dei coniugi Besozzo e la bellezza (SIC!) della neo fidanzata.  Mino assisteva a tutte quelle effusioni con  contenuto distacco, pur non mancando di baciare ed abbracciare parenti e amici  mai visti prima e di cui stentava a ricordare i nomi.

Dopo solo tre mesi, il matrimonio venne fissato per il 20 di maggio presso la cattedrale di Sant’Egidio, patrono della città ed il ricevimento presso  i saloni di Palazzo Persichetti, dove gli sposi sarebbero andati ad abitare, in un appartamento appositamente ristrutturato per loro, in ossequi dei, sia pur discutibili, dettami estetici di “Silviana-la Chiattona”. Per tutti i mesi che seguirono il fidanzamento, Mino continuava ad interrogarsi, con una certa angoscia, su come sarebbe riuscito ad  assolvere periodicamente ai suoi doveri coniugali.  A tale scopo, si recò perfino da un dottore, sulla cui specializzazione, ancora oggi, restano non pochi dubbi. A quale tipo di medico avrebbe potuto rivolgersi ? : un medico generico? uno psicologo? uno psichiatra? Un sessuologo? No. Alla fine optò,  per l’urologo, in base alla nota correlazione fra l’organo di competenza del medico e le sue funzioni. Lo scelse, naturalmente, in una cittadina distante non pochi chilometri da casa, dove era sicuro che nessuno lo avrebbe riconosciuto.

Quando Mino gli confessò il motivo della visita, l’urologo, più che mai sorpreso e dovendo evidentemente  improvvisare,  gli suggerì, più per buon senso che per scienza,  prima di tutto di stabilire da subito due o tre notti a settimana per l’esecuzione dell’amplesso coniugale, meglio se sempre alla stessa ora  e di organizzarsi   le  altre serate con impegni professionali o ludici, in modo  da ritardare il rientro a casa ed essere, per questo, giustificato da una comprensibile stanchezza. Per raggiungere l’adeguata eccitazione, gli suggerì inoltre di appendere un grande specchio dietro la testiera del letto in modo  da poter seguire “in diretta”  le gesta amatorie con la moglie.

L’idea piacque molto a Mino  che, sin dall’adolescenza, era diventato un assiduo spettatore di film pornografici, dove quasi sempre aveva  visto  le scene di sesso  riprese proprio attraverso uno specchio gigante posto dietro il letto. Gli piacque meno, però, la frequenza delle notti dedicate a tale scopo che lui ridusse, contrariamente al suggerimento del medico,  drasticamente ad una a settimana.

Tuttavia il pensiero di avere regolari rapporti fisici con  “Silviana-la Chiattona”, lo tormentava al punto che, nel periodo antecedente il matrimonio, trascurò quasi completamente il suo lavoro.

Ma questo parve non dare alcun pensiero al Cavalier Persichetti, raggiante all’idea di aver finalmente trovato un marito per sua figlia.

In verità già cinque anni prima, durante un viaggio in Tunisia con moglie e figlia, ci fu un tentativo di sistemare Silviana  mediante lo scambio della stessa con alcuni cammelli; ma il Cav. Persichetti, dopo una lunga trattativa per ottenerne almeno dieci, aveva desistito, non ritenendo l’affare conveniente, salvo poi pentirsene amaramente, dovendo constatare negli anni, una scarsissima -per non dire assente- richiesta da parte di altri pretendenti.

E così, il 20 maggio alle ore 17 in punto, la cattedrale di Sant’Egidio era gremita di fiori, di invitati e di  curiosi, tutti in attesa di vedere “Silviana-la Chiattona” in abito nuziale.

Quando arrivò, l’intera cittadina era lì pronta a sghignazzarsela. Ma lei, nonostante un improbabile  abito da sposa color cachi con gonna ampia a volants,  diffondeva una tale radiosa felicità che nessuno osò malignare.  Anche Mino si intenerì di fronte a tanta  gioia ed iniziò a rilassarsi circa i suoi inconfessabili    timori.

Dopo la cerimonia, sposi, congiunti ed invitati si diressero  a Palazzo Persichetti, ove ebbe luogo il ricevimento più sontuoso degli ultimi decenni.

La signora Besozzo era in stato di grazia e propose all’austera consuocera, Donna Adriana Maria Adelaide Gracchi in Persichetti, di darsi del tu, in previsione della nascita dei futuri nipotini. Ma a tale richiesta non seguì, tuttavia, alcuna risposta.

Terminati i lunghissimi festeggiamenti, verso mezzanotte,  i novelli sposi raggiunsero direttamente l’aeroporto, con destinazione  Caraibi, ove avrebbero trascorso una romantica luna di miele.

Ben diverso destino toccò invece ai coniugi Persichetti, dal momento che  alle prime luci dell’alba, vennero svegliati niente meno che dalla polizia con un mandato di arresto per riciclaggio di denaro, associazione di stampo mafioso, bancarotta fraudolenta ed  evasione fiscale.

Il giorno dopo la notizia era su tutti i giornali e lo scandalo divampò come una miccia. In città non si parlava d’altro e la signora Besozzo ebbe un mancamento cui seguì un arresto cardiaco  fortunatamente non letale .

Gli unici ignari dell’accaduto furono, ovviamente, gli sposi, tutti intenti a godersi il loro viaggio di nozze. Nessuno infatti aveva voluto avvisarli, come a preservare quelle loro ultime ore di serenità.

Silviana passava il tempo ad arrostire al sole mentre Mino   partecipò tutti i giorni ad un corso di sub che  prevedeva numerose uscite notturne - con relativa “esenzione” dall’esecuzione dell’amplesso-.

Al loro rientro, come ovvio, furono i sigilli a Palazzo Persichetti, sottoposto a sequestro conservativo, ad accoglierli.

, chiese Mino balbettando con occhi dilatati.

, rispose Silviana, che nel frattempo si era tristemente accasciata su una incolpevole valigia a strisce senape e marroni, fagocitando un numero imprecisato di cioccolatini all’amarena.

.

Trovarono un telefono nell’unico bar aperto, essendo già notte inoltrata, che, fortunatamente si trovava proprio all’angolo di Palazzo Persichetti.

Mino chiamò subito sua madre che, stando almeno a quanto riferì il signor Besozzo, si trovava in ospedale per una breve riabilitazione, ma per il resto fu piuttosto vago. Silviana, dal canto suo cercò di contattare i suoi genitori che, trovandosi in carcere, ovviamente non le risposero. Passarono la notte in albergo dove, tormentati   da mille interrogativi e stremati dal viaggio  e dall’angoscia, si dissero che non poteva che trattarsi di un errore ed, esausti, si addormentarono.

Quindi, fu solo la mattina seguente che appresero dai giornali l’accaduto ed entrambi furono vittime di una vera e propria crisi isterica,  sedata solo grazie all’intervento della Croce Rossa, prontamente chiamata dal concierge. La prima cosa che fece Mino, dopo essersi a stento ripreso dalle massicce dosi di sedativi, fu di ricontattare suo padre per avere notizie più precise circa lo stato di salute della madre. Apprese così che  dal giorno degli arresti, ella  giaceva inerme a letto, nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Giordano, preda di una profonda depressione. Silviana, invece, dopo aver più volte ritentato inutilmente di mettersi in contatto con i suoi genitori,  decise di  rivolgersi all’avvocato di famiglia, l’avv. Egisto Moro,  che non potè fare altro che confermare i fatti.

Entrambi vennero sentiti dagli inquirenti i quali subito scartarono l’ipotesi di un loro coinvolgimento attivo nei traffici finanziari del Cav. Persichetti.

Dopo alcune settimane, fu chiaro a tutti e due che Mino si era “bruciato” professionalmente e che Silviana aveva perso l’intera disponibilità economica dei beni di famiglia.

Unica -magra- consolazione per Mino fu quella di avere finalmente  una scusa formidabile per evitare, da quel momento in poi,  ogni tipo di performance sotto il grande specchio !

Il suo innato pragmatismo -certamente ereditato dalla madre-  ad ogni modo, lo indusse ad accettare,  di buon grado,  il ruolo di custode dello stabile adiacente a Palazzo Persichetti, anche perché fu l’unica proposta lavorativa che ricevette in quei giorni drammatici, nonché la possibilità di avere un’abitazione all’interno della portineria. Anche la moglie superò abbastanza bene la crisi iniziale e si adattò alla nuova vita con  manifesta dignità. , si dicevano, .

La vita coniugale nel frattempo non andava poi così male. Mino si rivelò, sin da subito, un affidabile portiere, pur senza indossare quei gloriosi guantoni che per tanto  tempo aveva sognato.  Silviana, dal canto suo,  si dedicava con amorevole  devozione alla cura della casa e dell’adorato marito ed all’arte culinaria dove dimostrò innegabili capacità.

Fu così che Mino per arrotondare lo stipendio e soddisfare, almeno in parte, gli stravaganti acquisti della moglie (statuine e suppellettili inutili di svariata provenienza!?),  si rese disponibile per un  secondo lavoro e cioè quello di piccolo contabile di numerosi negozietti di quartiere che, nel tempo, avevano imparato a stimarlo. Aveva anche ripreso a giocare a calcio con i vecchi amici dell’oratorio, impegnandosi per ben tre sere a settimana !

Silviana, da parte sua, aveva iniziato a fornire la bottega Besozzo, ora gestita solo dai cognati, dei suoi deliziosi manicaretti  e, soddisfatta della sua vita con Mino, aveva acquisito perfino un aspetto migliore : aveva perso qualche chilo -faticando ore ed ore in palestra e costringendosi a rigide diete- ;   aveva smesso di tingersi i capelli di biondo-polenta, lasciando trapelare il suo vero colore che era un castano ramato molto bello e aveva optato per un taglio  corto e moderno.   Ora vestiva più semplicemente (non potendosi più permettere gli abiti costosi che acquistava in passato),  ma al tempo stesso più sobriamente. Era uno di quei rari  casi  -forse l’unico!- in cui la mancanza di disponibilità economica   aveva giovato  all’ aspetto anziché nuocere !?!?!?

Mino doveva riconoscere che la moglie ce  la metteva proprio tutta perché lui fosse felice e mai, in quei primi anni di matrimonio, gli aveva fatto pesare il loro  -per lei- nuovo status sociale né, tantomeno, la precaria situazione economica e  Mino, seppur inconsapevolmente, aveva finito per legarsi sempre di più a quella donna di cui, con gli anni, aveva imparato ad apprezzare  l’entusiasmo ed un certo animo tenero e generoso.   -pensava-  aveva sposato Silviana soprattutto per accontentare le bramosie di successo della madre ed entrare nell’azienda di famiglia, ed ora era la moglie ad essere entrata nell’attività della loro famiglia.

Un venerdì sera (che era il giorno della settimana dedicato all’amplesso) Silviana disse  che avrebbe tanto desiderato avere un figlio, meglio se maschio. Mino si raggelò al pensiero che suo figlio, avrebbe, in qualche misura, potuto assomigliarle fisicamente, ma non ebbe il coraggio di contraddirla.

In seguito a quella richiesta, Mino trascorse una settimana decisamente  agitata.  Di notte sognava orde di ragazzini, anzi di ragazzoni, tutti uguali a sua moglie, che scorrazzavano per le strade del quartiere e tutti li schernivano e si allontavano. Si svegliava in preda ad un tormento tumultuoso che lo costringeva ad alzarsi ed ad eseguire decine e decine di flessioni. Per distrarsi, accendeva la radio mentre dalla stanza matrimoniale proveniva il fragoroso russare della moglie addormentata.  La osservava nella sua  immensa mollezza riflessa nell’ignaro specchio, che mai aveva mancato di assolvere con tenace impegno alla sua naturale funzione,  e continuava a chiedersi come avesse potuto, anni addietro, accettare di sposarla e, soprattutto, accettare di vederla ogni dove, durante l’amplesso ! Eppure l’aveva fatto e, in fondo in fondo, non gli era neppure dispiaciuto, solamente che non riusciva ad ammetterlo, tanto gli si erano appiccicati addosso sin dalla più tenera età,  quei ripetuti pronostici di sua madre di una vita di successo.

Ormai erano trascorsi dieci anni dal loro matrimonio, ed era quindi naturale che l’orologio biologico di Silviana,  alle porte dei quaranta, rivendicasse i propri diritti. Cosa poteva fare? Come riuscire a  convincere sua moglie che lui non era in grado di crescere  un figlio brutto, grasso e povero al quale non avrebbe potuto garantire alcun futuro !? Come spiegarle che quel figlio innocente sarebbe stato, da subito, destinato ad una vita impervia ed infelice?

Il venerdì sera successivo, Silviana tornò alla carica e Mino, per via della sua naturale accondiscendenza, non potè che soccombere ai voleri della moglie.

E così Silviana  restò incinta e, alla quarta ecografia, apprese  che si trattava proprio di un maschio!  Quando rientrò a casa, trovò il marito intento a lavorare; gli corse incontro e gli si buttò al collo per abbracciarlo con una veemenza priva di ogni controllo, tanto da fargli perdere l’equilibrio  e gli annunciò raggiante: . Silviana non perdeva occasione di dimostrare a Mino la sua devozione e la sua incontenibile gioia di vivere e Mino dovette riconoscere che, anche se brutta, grassa e povera, era riuscita ad essere  felice e realizzata e forse, proprio per questo,  anche il loro bambino avrebbe potuto farcela.

Dunque, come sempre era accaduto in tutti quegli anni, si rasserenò ed iniziò ad apprezzare la nuova straordinaria avventura che gli si prospettava : diventare papà.

La gravidanza procedeva bene e Mino tornò al suo  lavoro con rinnovato entusiasmo.

Purtroppo non si può dire che Mino fosse un uomo baciato dalla buona sorte poichè ogni volta che credeva di aver raggiunto una meta, qualcosa di sinistro finiva per colpirlo inesorabilmente.  Era stato così per il gioco del calcio, per la carriera, per la speranza di una vita coniugale agiata, e fu così anche per la paternità. Alla fine del settimo mese di gravidanza, sua moglie iniziò a non stare bene. Venne ricoverata ma, tempo una settimana, perse il bambino.

Per loro fu un vero e proprio  schock cui seguì un lungo periodo di lutto, reso ancora più tragico dal fatto che  i dottori avevano detto a Silviana che non avrebbe più potuto avere figli.

Mino, dal canto suo, in quel periodo, si sentiva un uomo a metà e comprese che senza quella genuina voglia dii vita di sua moglie, non ci sarebbe stato mai nulla per cui battersi e andare avanti comunque. Finalmente gli era chiaro quanto profondamente l’amasse.  

Silviana non riusciva a riprendersi. Passava le giornate a letto,  senza mangiare e con gli occhi fissi rivolti al soffitto, tanto che Mino  decise di eliminare il grande specchio, non riuscendo più a sopportare l’immagine di sua moglie disperata, che si stagliava, ora ingigantita, ogni dove nella stanza.

Per cercare di risollevarle il morale le propose un viaggio le disse una sera con malcelato ottimismo, ma lei lo fissò dal lettone senza dire nulla,  con la feroce apatia che oramai le si era avviluppata addosso in una morsa dolorosa. Si rivolse ai migliori medici della città, ma sembrava che nulla riuscisse a guarire Silviana. Si rifiutava con ostinato silenzio di mangiare e, perfino, di vedere la madre con cui aveva condiviso così intensamente il periodo  felice della sua gravidanza. Silviana si stava lasciando morire  per amore di suo figlio, sebbene non fosse mai nato. Tutti in città erano preoccupati per lei ed i giorni  in cui l’avevano resa vittima di scherno e pettegole cattiverie, ora erano solo un lontano ricordo. Un insospettabile senso di colpa aveva colto l’intera cittadina che aveva compreso la vera essenza di quella donna.

Mino dovette farla ricoverare, ma  nuovamente si ripetè il soffocante incubo della perdita: pochi giorni dopo Silviana si spense.

L’anno che seguì fu davvero difficile per Mino che non riusciva in alcun modo a dimenticare sua moglie.  La vedeva ovunque, in tutte le donne bionde e  corpulente; la sentiva ridere, quando -assai di rado- accadeva qualcosa di divertente;  la vedeva in cucina quando apriva la dispensa ricolma delle sue  conserve.  Ogni cosa gli parlava di lei.

Per distrarsi un giorno andò alle giostre ed entrò nel labirinto degli specchi deformanti e mentre si fissava in uno di quegli specchi che rimandavano l’immagine ingigantita gli si affiancò una donna biondo polenta, pettinata proprio come Silviana nei primi anni del loro matrimonio. Nello specchio appariva enorme, ma Mino riusciva a vederla anche  sfatta, esattamente come sua moglie. Ebbe un feroce desiderio di contatto fisico. Sentì, in quell’istante, tutto quello che per anni non aveva sentito e che, anzi, aveva fatto di tutto per non sentire! Ebbe una voglia potente di stringere a sé quelli carni  deformate, ma allo stesso tempo sensualmente invitanti. L’abbracciò. >, sbraitò quella donna visibilmente  scossa. ,  balbettò Mino. Gli venne da piangere. Si allontanò velocemente ed uscì dal labirinto degli specchi grondante di lacrime e di tremiti che, come le lacrime, gli solcavano le carni.  Che brutto essere respinti,  pensò.  Come aveva potuto quella donna non capire le sue emozioni, la febbrile innocenza di quell’abbraccio, come aveva potuto scambiarlo per un maniaco!? Tornò a casa camminando lentamente in una nebbia fluida che gli sferzava il viso, minacciato dalla totale assenza di una qualsiasi risposta, mentre assaporava l’odore e la piacevole sensazione di frescura . Tremava ancora,  ma non riusciva a capire se per il freddo o per l’intensa frustrazione appena vissuta.

Quando rientrò estrasse la foto di Silviana dal portafoglio e la guardò a lungo. Poi prese a parlarle : >. Poi restò lì per ore con la foto di sua moglie in mano a fissarla…. in silenzio, sino al giorno seguente.

Per tentare di superare quel  periodo cupo,  pensò  anche di rifugiarsi nei vizi  più classici, come  alcool, fumo, e persino in maldestri incontri fugaci con prostitute, tutti miseramente falliti.

Per fortuna abbandonò ben presto  ogni comportamento malsano, che aveva avuto come unico effetto quello di farlo sentire ancora più solo.

Si buttò a capofitto  nel lavoro di portierato che gli consentiva, in maniera un po’ masochistica,  di lasciarsi andare ai suoi malinconici ricordi, mentre aveva dovuto rinunciare alle contabilità, in quanto sempre più inesorabilmente ostile alla moderna  tecnologia.  

Passarono gli anni ma Mino continuava a sentire un’ affamata nostalgia di Silviana e pensò di elaborare il lutto, scrivendo un romanzo sulla propria vita, una specie di triste autobiografia prevedibilmente costellata da tante  laceranti sconfitte, quanto di altrettante miracolose rinascite: un bilancio assai banale, ma che a Mino  invece appariva lastricato di pathos.

Poi  accadde qualcosa di inaspettato che lo aiutò ad uscire, una volta per tutte, dalla palude sentimentale dove si era, nel tempo, arenato : si innamorò. Per la verità si trattava di un amore fanciullesco,  un amore impossibile, fantastico, al limite dell’assurdo ma gli servì a distrarsi definitivamente.  Si accontentava di sognare ad occhi aperti il momento in cui l’avrebbe incontrata, le avrebbe parlato, l’avrebbe toccata e forse anche baciata. Nella sua mente ripeteva infinite volte sempre la stessa scena ma, quando stava per baciarla,  immancabilmente ricominciava tutto daccapo. Ma chi era la donna misteriosa che, dopo anni di indomabile apatia, era riuscita a farsi largo fra le pieghe infeltrite della sua anima?  Una star internazionale, una bellissima cantante afro-cubana, di successo planetario,  Carmen Vegas. Carmen Vegas era così diventata un pensiero fisso, una presenza rassicurante,  la perfetta panacea per i suoi tormenti esistenziali.

Seguiva, con metodico accanimento,  ogni trasmissione televisiva a cui la bella Carmen partecipava ed ascoltava ossessivamente tutte le sue canzoni che immancabilmente imparava a memoria, traducendone addirittura i testi.  Finì per essere il massimo esperto di Carmen Vegas ed imparò perfino lo spagnolo. Le scriveva lunghe lettere, le inviava fiori per il compleanno e per Natale. E, nonostante i suoi eloquenti silenzi,  non si stancava mai di continuare a provarci.

La vita di Mino riprese così a scorrere nella sua tranquilla e desolante monotonia fino al giorno in cui andò in pensione. I condomini del suo palazzo, tuttavia, pur di non perderlo, gli proposero di restare ad abitare in portineria e di occuparsi, per questo, dei  compiti meno gravosi.

Oltre alla liquidazione, fecero anche una colletta  e gli regalarono  un viaggio a Cuba dove Mino avrebbe forse avuto la possibilità  di incontrare la sua Carmen Vegas la quale si era, nel frattempo, ritirata dalle scene.

Il 29 febbraio -proprio il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno-  partì per Cuba con un biglietto aereo di sola andata. Appena fuori dall’aeroporto Josè Martì,  trovò un taxista che si offrì  di condurlo in  un alberghetto economico ma confortevole. Il taxista era un anziano italiano di nome Gianni che viveva a Cuba già da diversi anni.  Gli propose  di fargli da guida  e, dal giorno seguente, iniziò a scorrazzare Mino in giro per la città e per i luoghi più suggestivi.

Una sera, non riuscendo ad addormentarsi, Mino scrisse a Carmen una delle sue solite noiosissime lettere, avendo cura di farle sapere -questa volta con malcelata euforia-  che si trovava proprio a Cuba. Dopo qualche giorno, inaspettatamente, lei gli telefonò in albergo e lo invitò a pranzo a casa sua.  Quando riattaccò, non stava più nella pelle, come un adolescente al suo primo appuntamento. Guardò la foto di sua moglie  e le chiese, con mistica devozione,  cosa dovesse fare : . Era solito, infatti, chiedere consigli alla moglie defunta che riteneva  gli rispondesse attraverso immancabili segnali che solo lui sapeva cogliere ed interpretare.

Ed infatti, quella notte,  sognò Silviana immersa nel corpo di Carmen Vegas, con i capelli dell’antico color giallo-polenta, che  si sedeva accanto lui  reggendo in mano una gigantesca caraffa piena di aranciata ed annuiva. Naturalmente lui interpretò quel movimento del capo come un incoraggiante assenso e si svegliò  comprensibilmente rasserenato. Per prima cosa chiamò Gianni annunciandogli  la novità.  Questi si dimostrò subito ben lieto di accompagnare Mino al suo appuntamento  con la segreta speranza di poter essere anche lui ospite della cantante.

Quando arrivarono a destinazione scesero dal taxi e si diressero verso il cancello della magnifica  Villa  Vegas, dove una guardia mastodontica permise solo a Mino di varcare quella soglia, polverizzando in un attimo, tutte le aspettative di Gianni.

Venne accolto da una giovane cameriera che lo fece accomodare in un salottino minuscolo dove, in un vaso posto su una colonnina di marmo, depose a fatica il titanico mazzo di rose che aveva portato con sé, come una sorta di lasciapassare per il paradiso.  Quando si aprì la porta ed entrò Carmen,  a Mino tremarono le gambe. Non poteva crederci,  era proprio lei in carne ed ossa. Dal vivo era ancora più sensuale che in televisione e di una dolcezza disarmante.  Si sedette accanto a lui ed iniziarono a conversare con disinvolta naturalezza. Era davvero come se si conoscessero da sempre. Parlarono del più e del meno per oltre un’ora  e poi andarono a pranzo nella veranda sul mare.  Mino  guardò l’orizzonte immobile dell’acqua color cobalto e le profondità inesplorate della scollatura dell’abito di Carmen. Iniziò a deglutire ossessivamente quantità industriali di saliva. Poi bevve un’intera coppa di champagne in un solo fiato e lentamente riprese a respirare con una certa regolarità. Non poteva neppure immaginare che esistessero al mondo donne e posti del genere. Conversarono in spagnolo per tutto il pomeriggio e  Mino chiese a Carmen come mai si fosse ritirata dalle scene così giovane e all’apice del successo. Lei gli  raccontò  che non aveva mai conosciuto i suoi genitori poiché sua madre era morta di parto non rivelando a nessuno chi fosse il padre. Era stata cresciuta dalla nonna, una Santera Cubana che praticava la misteriosa ed affascinante arte della magia nera. Sapeva che le sue conquiste erano dovute ai  sortilegi  della Santeria, poiché vi  aveva preso parte sin da piccola. Spiegò anche che, contrariamente alle convinzioni della gente, la Santeria Cubana, se ben praticata, è una religione che non nuoce a nessuno e che anzi può fare solo del bene.  Tutto questo, però, richiede studio, costanza e rigore,  cose che non trovavano spazio nell’effimero mondo dello spettacolo né, tantomeno, nell’atavica ostilità hollywoodiana.

Così, aveva deciso di ritirarsi e di dedicarsi a tempo pieno alla pratica della Santeria Cubana, per la quale  aveva dimostrato sin da piccolissima, un’indiscussa passione. Poi fu la volta di Mino che attaccò col racconto della sua vita. Lei lo ascoltò con grande interesse fino a quando i suoi grandi occhi neri non furono interamente velati di lacrime.

, disse con inaspettato imbarazzo, .

Quando giunse il momento di salutarsi, Mino chiese timidamente se poteva abbracciarla.  Lei lo guardò con un’espressione intensa ed indecifrabile;  poi sorrise. Era un sorriso carico d’intesa  e di promesse che Mino, lì per lì, non seppe cogliere così come qualsiasi altro uomo avrebbe  fatto. D’altronde il suo battito cardiaco era talmente accelerato  e rumoroso che ben si poteva ascoltare il turbinio di emozioni che lo stavano letteralmente prendendo a schiaffi.  Poi, dopo pochi istanti, che a Mino sembrarono un’eternità, lei gli prese la mano e  disse . Lo condusse in camera sua  dove un letto a due piazze con baldacchino troneggiava al centro.di una stanza consumata dal piacere. Poi iniziò a slacciarsi lentamente e con antica dovizia i bottoni dell’abito che fece scivolare con disinvoltura. Mino era paralizzato. La sensualità dolce di Carmen gli stava annunciando un inaspettato, violento Nirvana. La carica di passione che vibrava in quella stanza era tangibile.  Ed alla fine lei gli si concesse. Mino si lasciò andare con innocenza mista a  surreali sensi di colpa. Si addormentarono e si svegliarono solo la mattina seguente. , poi lo salutò e si eclissò per sempre dalla sua vita.

Mino si rivestì imponendosi di restare calmo. Ora doveva andarsene. Chiamò Gianni e si fece venire a prendere. Il tragitto verso l’albergo fu stranamente silenzioso. Mino guardava il panorama  tentando di nascondere  i tuffi al cuore che si susseguivano  ad intervalli regolari. Quando giunse in albergo salutò il tassista con un laconico adios.

Salì in camera ed iniziò a preparare i bagagli come se fosse in trance. Non riusciva a formulare pensieri che avessero un senso compiuto. Si fece portare all’aeroporto dove acquistò un volo per l’Italia che raggiunse il giorno seguente.

Quando entrò in casa era ancora sotto l’effetto di un’ estasi potente, come se avesse assunto enormi quantità di stupefacenti. sotto l’effetto di una potente droga dei sensi. Dormì  ininterrottamente per quasi due giorni, sognando Carmen e Silviana che si avvicendavano fra le sue braccia, talvolta anche insieme, in abbracci infiniti, come l’indimenticabile  mare piatto e cristallino di Cuba.

Si riprese dal quel disordinato groviglio di emozioni, solo due settimane dopo e per l’esattezza quando uscì di casa per comprarsi un computer. Voleva iniziare a scrivere il suo libro. Glielo aveva detto anche Carmen che la sua era stata una vita piena, assolutamente degna di essere divulgata.

Non sapeva da dove iniziare e così formulò il banale incipit :” Mi chiamo Mino Besozzo e sono nato il 29 febbraio dell’anno zero, vale a dire l’anno in cui è iniziata la mia esistenza in questo mondo ostile….”.

Terminò il suo libro in pochissimo tempo e si mise all’affannosa ricerca di un editore che glielo pubblicasse. Ne inviò una copia via mail anche a Carmen che, tuttavia, non gli rispose mai, così come i vari editori cui si era rivolto. Finalmente, una giovane editor, animata dal tipico zelo di tutti quelli alle prime armi,  lesse il  libro. Quando ricevette la sua telefonata  con cui fissò un appuntamento, Mino credette che  l’avesse contattato per concordare i termini contrattuali della pubblicazione. Arrivò così all’incontro, con anticipo “fantozziano” e  pieno di speranze.

Lei era vestita con un austero tailleur grigio fumo e con squisito tatto gli disse : chiese Mino, visibilmente deluso. > affermò con imbarazzata educazione e si accomiatò tendendogli la mano e strizzandogli l’ occhio.

Inutile descrivere il rammarico di Mino che gli procurò altre infruttuose settimane di letto. Ma, ancora una volta,  seppe rinascere, confortato dal dubbio che lei gli aveva instillato : “ma a quale portiere si riferiva l’editor” si diceva, “quello del calcio o quello della guardiola?”

Fortunatamente per lui, quel dubbio amletico non lo abbandonò più,  trasformandosi in un ennesimo motivo di illusioni, ricordi, domande, chiacchierate  e riflessioni che lo accompagnarono  per tutto il resto dei suoi giorni. Mino visse altri venticinque anni e le sue ultime parole, poco prima di morire,  furono proprio : . Nessuno, tra i presenti, ebbe il tempo di abbozzare una risposta.  Mino si lasciò andare ad un banale sorrisetto e morì, proprio nel giorno del suo novantesimo compleanno



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Concorsi moda, product e interior design: un'opportunità di valorizzazione e comunicazione grazie alla nuova edizione del MM Award – International creative award.

 MM Award – International creative award è il progetto di MM Company, agenzia di consulenza creativa che crea e mette in connessione ogni aspetto della brand experience - dal branding alla grafica, dalla comunicazione al design -  lanciato nel 2017 per promuovere i talenti e i brand più promettenti nell’ambito del fashion, product e interior design e alimentare una comunità di talenti creativi provenienti da tutto il mondo, riconoscendone il merito e favorendone la connessione con operatori, media e aziende.

Come partecipare?

Il MM Award – International creative award è progetto a cadenza annuale, aperto a tre tipologie di concorrenti: Studenti e creativi dai 18 ai 25 anni; Professionisti, liberi professionisti e creativi dai 26 ai 35 anni; Aziende, studi associati, studi professionali e collettivi di professionisti fondati da massimo 8 anni, senza limiti di età per i fondatori.

I progetti vincitori dovranno distinguersi per la ricerca e l’innovazione nei materiali, nei processi produttivi e nella ricerca estetica. La creatività dovrà essere il fil rouge di tutto il progetto. La cura del dettaglio è un elemento importante che deve emergere negli elementi creativi di ideazione, nei dettagli costruttivi, nella manifattura, nelle tecniche di assemblaggio e nelle finiture speciali.

La chiusura delle iscrizioni è stabilita per il 30 aprile 2021, e la proclamazione dei vincitori prevista a maggio 2021.

I premi

I vincitori di MM Award – International creative award riceveranno un supporto di comunicazione di grande valore per farsi conoscere da: giornalisti italiani e internazionali, un database profilato di circa 200.000 professionisti e aziende e i contatti di MM Award e MM Company, tramite i canali di comunicazione. In aggiunta, i vincitori riceveranno un attestato di merito e un prezioso Trofeo, realizzato da un’importante azienda del design Made in Italy.   Inoltre, MM Award – International creative award riserva una menzione speciale dedicata al Made in Italy (alla quale i concorrenti della categoria “Aziende” possono ambire), chiamata “Made in Italy is”. Tale riconoscimento è volto a valorizzare il progetto che meglio racconta, esprime e rappresenta i valori del Made in Italy (artigianalità, design, autenticità, brand of origin, produzione sul territorio, materie prime locali, eccellenza manifatturiera, manifattura culturale e genius loci).Questa menzione speciale verrà assegnata da Marco Magalini, co-founder e direttore creativo di MM Company, Presidente di Giuria ed esperto di Made in Italy.

La giuria

La giuria, presieduta da Marco Magalini, co-founder e direttore creativo di MM Company, è composta dai designer Federica Biasi, Serena Confalonieri e Leonardo Talarico; i fashion designer Luca Larenza e Adriano Meneghetti, l'interior designer Mariana Martini, il team della digital design boutique Monomio, la textile designer Silvia Stella Osella e l'architecture firm Studio Didea 

Tutte le info e il regolamento completo del concorsi moda sul sito www.mmaward.eu.



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Moda sostenibile protagonista con l'iniziativa dedicata ai talenti dell'Armenia. 

Durante l’ultima edizione della London Fashion Week, l’ente britannico Fashion Scout e Fashion and Designer Chamber Armenia (FDCA) – l’associazione no-profit fondata nel novembre 2017 da un gruppo di designer armeni per rafforzare il settore della moda e del design armeno consentendogli di essere pienamente inserito nel contesto locale e internazionale – hanno collaborato ad un progetto prettamente digitale per presentare sei designer emergenti in occasione delle sfilate avvenute in piattaforma. A questo proposito, i designer emergenti hanno avuto la possibilità di esporre le loro collezioni in un formato see-now-buy-now, per incrementare il proprio network a livello globale con buyer,  membri della stampa e con il resto della comunità del mondo della moda. Inoltre, assieme ai fashion film presentati dai vari designer c’è stato il lancio di un nuovo portale e-commerce, miashop.am, che vende opere curate dai designer armeni più promettenti, molti dei quali hanno già catturato l’attenzione degli addetti ai lavori sul fronte internazionale. A partire dal 2019, Fashion Scout ha lavorato a fianco del Fashion and Designer Chamber Armenia col fine di sviluppare un accelerator programme e un business di showcasing per i designer armeni. Il progetto, chiamato “Supporting SME’s and Creating Sustainable Ecosystem for Armenian Textile Industry” «sostenere e creare un ecosistema sostenibile per l'industria tessile armena» è stato avviato dal FDCA con il prezioso supporto del Good Governance Fund (GFF) del Regno Unito. 

Vogue Talents vi presenta tre designer armeni di moda sostenibile molto promettenti qui:

RUZANĒ

Una femminilità decisa, che sta nel voler creare un approccio alla moda ad ampio respiro creativo per coinvolgere tutte le dimensioni del lifestyle: è questo il banner siglato RUZANĒ, il brand fondato da Ruzanna Vardanyan nel 2016 come dichiarazione di massima femminilità e stile.

 “Tendiamo ad essere forti e senza paura, ma non si tratta di forza fisica, il nostro potere è la nostra femminilità,” ha spiegato la designer. L’ultima collezione si rifà al modo in cui la società usa questo potere in risposta alle principali sfide dell'umanità. Il label crea pezzi senza tempo realizzati con tessuti ricercati, valorizzando la qualità. 

Si mixano i codici dell’heritage con ispirazioni rubate al minimalismo, dove vengono scelte silhouette morbide in versione casual, più versatili che mai, assumendo un aspetto quasi sportivo. “A causa della pandemia l'industria della moda ha subito un'enorme trasformazione, e anche noi,” riflette la designer. “Il consumo è diminuito inevitabilmente e i designer emergenti come noi hanno sofferto molto. Eravamo in fase di crescita quando Covid 19 è entrato nelle nostre vite e ha iniziato a dettare le priorità della vita. Stavamo facendo i primi passi per costruire la consapevolezza del nostro marchio a livello internazionale per presentare RUZANĒ al mondo e questa è diventata una grande sfida per noi, soprattutto perché lo stile e la moda non erano una priorità nella mente delle persone. La buona notizia è che i clienti hanno iniziato a desiderare più comfort e qualità, ma purtroppo il tasso di spesa è diminuito e così anche il desiderio e l'opportunità di indossare abiti o uscire.”

Nelly Serobyan 

Un manifesto di fiducia, indipendenza e tradizione, è quello di Nelly Serobyan, al timone dell'omonimo brand che incarna un design forte e sicuro di sé. Il guardaroba minimalista ma è dotato da una forte personalità, sintonizzato con abiti che esaltano il concetto di essenzialità e femminilità. 

L’arsenale dell’abbigliamento si articola in abiti larghi dal taglio sartoriale, cromie neutre e volumi composti. In più, un tocco di funzionalità smorza l’effetto high-low della collezione. “A causa della crisi economica attuale, il nostro marchio ha iniziato a risparmiare il più possibile,” spiega Serobyan.

 “Rimanendo fedeli all'identità del label, oggi stiamo producendo capi che sono sia comodi che eleganti, utilizzando materiali upcycled che dagli archivi. Molti marchi locali hanno interrotto le loro attività, ma noi siamo determinati a continuare il nostro lavoro. Ci siamo resi conto che dobbiamo adattarci alle esigenze dei consumatori, così abbiamo deciso di esaminare i nostri archivi e riproporre alcuni dei nostri pezzi principali. Anche se l'anno passato è stato impegnativo, siamo fiduciosi che il 2021 sarà un buon anno per Nelly Serobyan e per tutto il mondo. La mia ultima collezione, a cui sto attualmente lavorando, è fatta con la speranza di tempi migliori e di un mondo migliore a venire.”

LOOM Weaving

Fondato da Inga Manukyan nel 2014, LOOM Weaving propone un’evoluzione del guardaroba contemporaneo unendo il concetto di practical wear alla cura per i dettagli tipica del mondo della maglieria. Abiti e cardigan prediligono silhouette oversize con scolli rivoluzionari e maxi intrecci. I maglioni, invece, appaiono in lunghezze diverse con una robusta leggerezza. 

aghayan

LOOM Weaving è stato fondato con l'obiettivo di far rivivere le tecniche nazionali fatte a mano e costruire un nuovo percorso per la produzione armena di maglieria per progettare, sviluppare, tessere e soprattutto creare. Il label ha sviluppato un proprio stile, che è moderno e allo stesso tempo tradizionale, poiché i prodotti richiedono stile e individualità. Le proposte sono facilmente identificabili per il loro aspetto, il design, l'idea, il fatto a mano e per le materie prime naturali utilizzate. Il marchio si rifà allo sviluppo di un design esclusivo di maglieria, utilizzando una miscela originale di intarsio e i migliori filati naturali (lana, viscosa, cotone, lurex e seta) in infinite combinazioni di colori. 

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Per creare un guardaroba senza tempo, per ridurre lo spreco di acqua, energia e materie prime, tenendo presente l'importanza di proteggere il nostro pianeta così come di sostenere la comunità Made in Armenia e la direzione artigianale, LOOM Weaving si impegna a favore della sostenibilità, fulcro dell'etica del marchio per essere un'azienda responsabile, onesta e contemporanea. “Siamo stati molto entusiasti di essere stati selezionati da Fashion Scout e di aver sfilato per due stagioni durante la LFW,” ha spiegato il brand. “È stata una grande opportunità per LOOM Weaving e allo stesso tempo una grande sfida e responsabilità rappresentare l'Armenia in una piattaforma internazionale così importante.  La situazione Coronavirus ha reso tutto ciò che è stato necessario per presentare una collezione in formato online, che era difficile e meno efficace rispetto a quello fisico.  Allo stesso tempo, per qualsiasi nuovo marchio, questo tipo di piattaforma con la sua grande copertura ha aumentato la diffusione attraverso i social media, e di conseguenza ha portato le basi per raggiungere gli acquirenti internazionali. Come risultato, il fatturato è aumentato del 10-15%.”

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Novità beauty, tendenze capelli e trucco, ma soprattutto tanta attitude. C’è stato un gran pavoneggiarsi alle sfilate della Milano Fashion Week di questa stagione, quasi a voler evocare un senso di sfida nei confronti degli avvenimenti mondiali in corso. Ciò si è percepito nelle acconciature con riga da una parte di Fendi, Giorgio Armani e Valentino, dopo che questo hairlook era stato “archiviato perché vecchio” su TikTok una settimana prima. E si è distinto nuovamente negli occhi grafici e intensi di Moschino e Max Mara. Si è avvertito altresì nelle tonalità delle e-girl di Dolce &Gabbana e nei riferimenti fantascientifici anticonformisti di Salvatore Ferragamo.

MFW
Milano Fashion Week: i video moda più belli
Una selezione dei fashion film più interessanti presentati in occasione della Milano Fashion Week di febbraio 2021

Altrove, il trucco minimal ha perorato la causa della bellezza naturale, e la frangia-mania della scorsa stagione ha di nuovo preso il sopravvento, in quasi tutte le sfilate. Ecco, dunque, le novità beauty e le tendenze capelli, trucco migliori dalle sfilate della Milano Fashion Week autunno inverno 2021.

1. La tendenza: riga da una parte Fendi
Fendi
Courtesy of Fendi

Dove l’abbiamo vista:

Fendi, Alberta Ferretti, Valentino, Zanini, Giorgio Armani

Cosa c’è da sapere:

Il mese scorso, un gruppo di adolescenti si è riunito su TikTok per annunciare la fine della riga da una parte — condannandola a stile da “vecchiette”. Fortunatamente, il leggendario hairstylist Guido Palau discorda da questo pensiero, mettendola in primo piano per Fendi. I capelli acconciati sul lato e bloccati da fermagli, hanno reso lo stile giovane e fresco. Stessa cosa da Valentino, che l’ha proposta su bob di diverse lunghezze, e da Alberta Ferretti, dov’è stato sottolineata da una pettinatura raccolta asimmetrica. Non credete a tutto ciò che vedete su TikTok.

2. La tendenza: trucco occhi grafico Philosophy di Lorenzo Serafini
Philosophy di Lorenzo Serafini
Courtesy of Philosophy di Lorenzo Serafini

Dove l’abbiamo vista:

Max Mara, Philosophy di Lorenzo Serafini, Moschino

Cosa c’è da sapere:

‘Accentuate gli occhi’ è un messaggio che abbiamo sentito spesso di recente, conseguente all’obbligo di mascherine. E con così tante ispirazioni dalle sfilate di questa stagione, non dovrebbe essere troppo difficile. Prendete spunto dallo storico collaboratore di Moschino, Kabuki, che ha dato un tocco personale al fascino della vecchia Hollywood per la maison, con linee nere intense attorno gli occhi ed eyeliner bianco. Oppure date uno sguardo a Philosophy di Lorenzo Serafini, con tratti grafici e chiome arricciate che hanno conferito una certa solennità e avanguardia a look nostalgici da liceale.

3. La tendenza: frangia lunga Emilio Pucci
Emilio Pucci
Courtesy of Emilio Pucci

Dove l’abbiamo vista:

Dolce & Gabbana, Emilio Pucci, Valentino, Salvatore Ferragamo, Sportmax

Cosa c’è da sapere:

Ancora una volta, abbiamo visto la frangia di ogni forma e dimensione alle sfilate milanesi. Micro-frange blu elettrico e rosa bubblegum da Dolce & Gabbana; ricci stretti naturali per Marni; frange altezza occhi da Tod’s ed Emilio Pucci, e lunghe da Salvatore Ferragamo. E poi Valentino.

4. La tendenza: capelli pettinati all’indietro Ports 1961
Ports 1961
Courtesy of Ports 1961

Dove l’abbiamo vista:

Prada, Ports 1961, Zanini

Cosa c’è da sapere:

Quando pensiamo ai capelli all’indietro, ci viene immediatamente in mente l’estate – un modo semplice ed elegante di togliersi i capelli dalla faccia. Ma ecco la tendenza ripensata per l’inverno alle sfilate milanesi. Prendete Port 1961, ad esempio, dove capelli ingellati sono stati tirati all’indietro in chignon stretti per creare un look pulito, perfetto sia per il giorno che per la sera. Oppure Prada, che ha acconciato sezioni di capelli sopra le orecchie per creare un effetto elfo e porre un accento quasi sottoculturale. E infine Zanini, con le sue file laterali ordinate molto giovanili e femminili.

5. La tendenza: trucco minimal MSGM
MSGM
Courtesy of MSGM

Dove l’abbiamo vista:

MSGM, Marni, Alberta Ferretti

Cosa c’è da sapere:

È stato piacevole vedere il trucco minimal sulle passerelle questa stagione. Una celebrazione della bellezza naturale, semplice e in cui identificarsi. E questo è esattamente ciò di cui il mondo ha bisogno in questo lockdown mondiale: essere in grado di rilassarsi e sentirsi a proprio agio con sé stessi.

6. La tendenza: labbra decise Salvatore Ferragamo
Salvatore Ferragamo
Courtesy of Salvatore Ferragamo

Dove l’abbiamo vista: Dolce & Gabbana, Salvatore Ferragamo

Cosa c’è da sapere:

L’elemento sorpresa alla settimana della moda di Milano è giunto dal trucco labbra. Dimenticate i rossi classici e le nuance berry seducenti, questa stagione, Dolce & Gabbana ha preso spunto dalle tribù e-girl su TikTok, preferendo le tonalità del blu elettrico e del verde. Altrove, ci sono stati accenni sottili alla fantascienza nelle labbra argentate delineate di Salvatore Ferragamo.



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L'idea più affascinante, fra le mille idee affascinanti, di Cosetta Giorgetti è quella che vede la bellezza come qualcosa da “indossare” con personalità e armonia. Un pensiero luminoso che fa riflettere anche sulle proprie imperfezioni intese come qualcosa da manifestare con orgoglio. D'altronde Cosetta ha molto a cuore l'estetica giapponese del Wabi-Sabi che letteralmente significa "Accettare la bellezza dell'imperfezione".

Italian actress Sophia Loren looking through the glass of a window with her right hand up, New York City, US, 1954. (Photo by Tony Vaccaro/Getty Images)
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Dove imperfezione diventa dettaglio, unicità, carattere. “Ciò che rende bello un individuo è la bellezza interiore, che è il vero concetto di unicità estetica. Il lavoro energetico attraverso il mio mestiere è sempre stato quello di ispirare, attraverso il make-up, il non bisogno di apparire, non omologarsi nel concetto di beauty globalizzato, a cui l’industria della beauté e della moda sono spesso legati", spiega.

Il percorso professionale inizia nel mondo della moda a Firenze nel 1984 con Maurizio Ragazzini, truccatore teatrale di grande talento e creatività da cui impara i segreti dell’arte del make up per poi diventare sua assistente personale. Nel 1989 si trasferisce a Milano, dove ha modo di collaborare con fotografi di livello internazionale e per i più importanti magazine del fashion system. 

Cosetta Giorgetti - Foto di Rosi Di Stefano
Cosetta Giorgetti - Foto di Rosi Di Stefano

Oltre all’esperienza sul set e con centinaia di personaggi e celebrities, la sua passione per la ricerca e l’approfondimento l’hanno portata anche a insegnare in diverse Accademie Internazionali, unitamente alle esperienze come Beauty Editor per Redmilk Magazine e per Manintown Magazine

Non solo: "Da vegana e da sempre attenta ai cambiamenti climatici e alla responsabilità dell’industria cosmetica, ho voluto realizzare una linea di prodotti etici, che rispettino la nostra pelle, organo mediatore fra noi e l’esterno e il nostro pianeta. La bellezza naturale ha poche regole per definizione e appartiene a chi fa scelte secondo natura per vivere e invecchiare con salute e vivacità intellettuale”, aggiunge.

Ed è proprio da questo mix incredibile di elementi che nasce CO_ORGANIC SKINCARE una linea beauty, completamente naturale e intesa come rituale olistico per ritrovare una bellezza e un benessere in armonia con se stessi e il mondo. Un brand fondato su prodotti biologici e certificati, tutti realizzati in Italia con cura artigianale, dove sono banditi elementi chimici e sprechi. 

Daily Scrub di CO_ORGANIC SKINCARE: scrub cremoso ai noccioli di oliva leviganti
Daily Scrub di CO_ORGANIC SKINCARE: scrub cremoso ai noccioli di oliva leviganti

"Ogni ingrediente delle mie pozioni è cresciuto in una fattoria biologica ligure situata a 500 metri di altitudine, le raccolte sono effettuate a mano, i distillati sono eseguiti subito dopo la raccolta. La purezza degli elementi è meticolosamente preservata bandendo ogni profumo chimico (solo oli essenziali), nessun derivato del petrolio, né siliconi. Ogni stadio di lavorazione è curato con scrupolosa attenzione, dalla scelta del contenitore in vetro per inibire l’ossidazione sino al pratico display per preservare il prodotto da qualsiasi forma di contatto con l’esterno. L’amore per la natura e per la bellezza di ogni essere umano è l’elemento alchemico che guida la mia linea di skincare. La rosa e la lavanda sono gli alchimisti di questo mio progetto beauty”.

Hydra Rose di CO_ORGANIC SKINCARE: crema viso idratante alla rosa antica antiage
Hydra Rose di CO_ORGANIC SKINCARE: crema viso idratante alla rosa antica antiage
Lavander Cleanser di CO_ORGANIC SKINCARE: latte detergente extra delicato a base di preziosi oli ed estratti
vegetali, purifica, rinfresca e idrata
Lavander Cleanser di CO_ORGANIC SKINCARE: latte detergente extra delicato a base di preziosi oli ed estratti vegetali, purifica, rinfresca e idrata
Lavander Mist di CO_ORGANIC SKINCARE: purissima acqua distillata di lavanda abrial
Lavander Mist di CO_ORGANIC SKINCARE: purissima acqua distillata di lavanda abrial

Ovviamente anche il packaging è frutto di un meticoloso lavoro di recupero e riutilizzo: i ritagli di tessuti della filiera moda, che sarebbero andati al macero, sono stati riprogettati e assemblati grazie al lavoro della Cooperativa Alice, che gestisce una rete di laboratori di sartoria nelle carceri per poter reinserire le donne nel mondo del lavoro. Un’idea di bellezza che parte dalla natura per arrivare alla dimensione sociale.

Come hai selezionato gli ingredienti da utilizzare per le tue "pozioni"? 

“La scelta è stata dettata dall’amore per certi ingredienti naturali che da sempre inserisco nella mia beauty skincare routine, come l'olio di Argan, il burro di Karitè, l’olio di mandorle. Ho analizzato cosa volessi trasmettere con la mia linea beauty; la risposta emersa è stata… Donare un momento quotidiano di benessere, stimolando diversi aspetti, da quello epidermico a quello olfattivo

Rich Cream di CO_ORGANIC SKINCARE: crema viso extra nutriente, texture morbida e setosa con burro di Karité
Rich Cream di CO_ORGANIC SKINCARE: crema viso extra nutriente, texture morbida e setosa con burro di Karité
Magic Elisir di CO_ORGANIC SKINCARE: siero viso gel a base di acqua floreale di rosa, con gel d‘aloe,
acido ialuronico ed estratto biologico di malva
Magic Elisir di CO_ORGANIC SKINCARE: siero viso gel a base di acqua floreale di rosa, con gel d‘aloe, acido ialuronico ed estratto biologico di malva
Lighting Eyes di CO_ORGANIC SKINCARE: crema contorno occhi con principi attivi naturali decongestionanti, rivitalizzanti e idratanti, con olio di mandorle, olio di rosa mosqueta, acido ialuronico
Lighting Eyes di CO_ORGANIC SKINCARE: crema contorno occhi con principi attivi naturali decongestionanti, rivitalizzanti e idratanti, con olio di mandorle, olio di rosa mosqueta, acido ialuronico

Rose e lavande i miei grandi amori floreali, sia per i loro straordinari principi attivi che per la loro profumazione emozionale. La rosa lavora sul quarto chakra cuore, la lavanda sul terzo chakra la gola, tradotto, amore e rapporto con gli altri. Un viaggio olistico il mio. Non ha identità di genere è per l'essere umano! Mi piacerebbe attraverso questo progetto regalare un rituale di bellezza legato al volersi bene. Semplicemente”.

Perché dovremmo optare per una skincare più naturale possibile?

“Molto semplice, perché la pelle è fondamentale per la nostra salute e il nostro benessere generale. È la prima barriera difensiva da batteri e virus, la pelle sana mantiene il nostro equilibrio idrico, è il nostro autoregolatore termico, noi respiriamo attraverso questo organo straordinario; a livello olistico è la prima protezione verso l'esterno… Il nostro biglietto da visita energetico. La pelle è la nostra sicurezza emotiva, lavorando su di essa, lavoriamo sulla nostra autostima, Amarla e rispettarla onora noi stessi nel viaggio del benessere ritrovato”.

Si fa presto a dire clean beauty, a cosa dovremmo stare attenti se vogliamo una beauty routine davvero sostenibile?

"Per prima cosa bisognerebbe guardare l'impatto del progetto beauty sull’ambiente e preferire cosmetici che abbiano una filiera di produzione a km 0. Personalmente ho scelto di non fare scatole come packaging nel mio progetto beauty, sono andata nella filiera moda ed ho ritirato ritagli di tessuti che sarebbero andati al macero e avrebbero inquinato, riprogettati, creando una piccola bag riutilizzabile come pochette beauty

Il packaging di CO_ORGANIC SKINCARE
Il packaging di CO_ORGANIC SKINCARE

Ho scelto flaconi di vetro e tutta la carta utilizzata per le spedizioni arriva da fonti rinnovabili. L’azienda agricola che produce le mie pozioni è a km 0, piantano, curano, raccolgono e distillano. Prodotti senza viaggio, dalla natura alla naturalezza dello skincare consapevole. Consapevolezza è la parola a cui dovremmo dare voce quando scegliamo".



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Perle, cerchietti bold e corone di fiori: gli accessori moda per personalizzare le acconciature della sposa

I capelli, si sa, si prestano al gioco, al vezzo, a sentirsi in ogni momento un po’ diversi: più veloci e sbarazzine, più sobrie ed eleganti. Ben lo sanno stilisti e hair stylist che quest’anno sfoderano look che valorizzano ogni dettaglio con sempre più estro e glamour. 

Sarà che l’accessorio è il veicolo più immediato per esprimere allegrezza, desiderio di cambiamento, attenzione al particolare, dedizione al proprio modo di presentarsi e dunque di far breccia nel prossimo; fatto sta che forse mai come nelle collezioni primavera estate 2021 l’accessorio è protagonista. E lo è per tutti i gusti e, quando si parla di hair style, per tutte le acconciature. Gli stilisti le hanno sperimentate proprio tutte, dai capelli lisci lisci, che mettono in risalto il volto, alle onde retrò, allo chignon molto alto. E l’accessorio per capelli non poteva essere da meno, tanto da esprimere lo stile personale di chi lo sfoggia.

Dai fermagli ai cerchietti, dai diademi ai foulard, c’è proprio l’imbarazzo della scelta… E gli stilisti sembrano dirci: “assaporate il gusto di scegliere”. Dolce & Gabbana presenta coroncine e cerchi decorati da fiori di grandi dimensioni, Chanel cerchietti su cui spicca il logo della maison, Area copricapo inframezzati da punti luce e a forma di fiocco: sono la gioia – tra le gioie – delle spose che quest’anno scelgono abiti minimal cui fanno da contraltare decori per capelli più originali e vistosi

Area
Area

Come insegna Wallis Simpson, l’eleganza è soprattutto nel dettaglio: tante perle, bucket hat con veletta dal sapore vintage, pettinini d’antan decorati anche qui con cristalli e fiocchi. Non solo gioielli ma anche fermagli floreali (Badgley Mischka) o dalle fogge marine (Fendi). E per le amanti degli anni '80 tornano di moda gli inconfondibili cerchietti bombati: Vivetta li pensa su capelli corti e abbinati a importanti ear-cuff; Alessandra Rich su acconciature mosse e vaporose, appena appena ordinate da cerchietti-bandana decorati da tante e tante perle e abbinati a orecchini floreali. Fanno capolino anche colorati foulard (Dior), un omaggio agli anni settanta e all’iconica Brigitte Bardot

Vivetta
Vivetta
Chanel
Chanel
Chanel
Chanel
Badgley Mischka
Badgley Mischka

E per la haute couture primavera estate 2021 pettinini in vetro (Fendi), corone floreali (Chanel), chignon-gioiello (Schiaparelli), maxi fiocchi adornati da fiori (Giambattista Valli), a ricordarci che la primavera bussa alle porte e con essa il desiderio di tornare a sbocciare.

Schiaparelli
Schiaparelli
Giambattista Valli
Giambattista Valli
Fendi
Fendi
Fendi
Fendi


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Sanremo 2021: tutti i look di Elodie da Versace a Oscar de la Renta e Giambattista Valli

Quando ho visto per la prima volta Elodie a Sanremo l'anno scorso - ok, ammetto di averla scoperta lì - mi ha subito colpito il fatto che mentre si esibiva sul palco non aveva filtri, era sé stessa, così come la vedevi, senza alcuna forzatura. Mi è piaciuta subito. E non soltanto per l'innegabile talento e la voce pazzesca, il fisico da modella o gli occhi da cerbiatta. È che Elodie ha la giusta attitude. La sua interpretazione di Andromeda all'Ariston, vestita Versace, diventata virale in una notte, ha scritto un pezzo di storia del festival consacrandola per sempre nell'Olimpo planetario delle super star. Tant'è, grazie alla geniale intuizione della sua stylist - Ramona Tabita, con cui lavora proprio dallo scorso anno - fra la cantante e il marchio della Medusa quella stessa notte è iniziata una fortunata liaison che oggi appare consolidata da uno stretto rapporto di collaborazione e stima reciproca.

Elodie in Versace, gioielli Bulgari71th Sanremo Music Festival 2021 - Day 2
Elodie in Versace, gioielli Bulgari
Getty Images

E se la carriera musicale di Elodie da allora è stata inarrestabile, anche l'attenzione da parte del fashion system nell'ultimo periodo è cresciuta parecchio. La sua immagine studiatissima, nonché uno degli elementi fondamentali del suo successo, è il risultato del lavoro eccezionale di Ramona che, in questi mesi, non ne ha sbagliata una. Memorabili il red carpet - sempre in Versace - del Festival del Cinema di Venezia, l'abito Etro sfoggiato alla prima della Scala di Milano e i numerosi look, sfoggiati nelle occasioni più svariate, in equilibrio tra grandi marchi e nuovi talenti - da McQueen, Jacquemus, Blumarine e Lanvin fino ad Andrea Adamo e Alessandro Vigilante. Non c'è da stupirsi, quindi, se per il ritorno di Elodie al 71esimo Festival di Sanremo 202 in veste di co-conduttrice accanto ad Amadeus, Ramona abbia voluto puntare più in alto, raccontando in quattro outfit il sogno che, per tante ragazze, la storia di Elodie rappresenta.

Elodie in Oscar de la Renta, scarpe Jimmy Choo, gioielli BulgariElodie in Oscar de la Renta Sanremo
Elodie in Oscar de la Renta, scarpe Jimmy Choo, gioielli Bulgari
Getty ImagesOscar de la RentaOscar de la Renta
Oscar de la Renta
Gorunway

Il vestito in crystal mesh rosso scelto per la prima apparizione è ovviamente firmato Versace, aderentissimo, con uno spacco profondo che mette in mostra le gambe chilometriche della cantante romana lasciandone intravedere i sandali alti con cristalli, sempre Versace. Un po' Jessica Rabbit, un po' Naomi Campbell (la top model indossò un abito simile al Lacma Art + Film Gala 2019), in questa mise Elodie è perfetta: bella, sexy, glamour. Riesce comunque a superarsi, con un secondo look che mai avremmo pensato di vedere a Sanremo (grazie Ramona!). Durante il medley che mixa gli ultimi successi di Elodie a beat iconici di Madonna e Beyoncé, l'attenzione è tutta sul mini dress argentato Oscar de la Renta - senza dubbio il nostro preferito -, che le sta divinamente, e potenzia la strepitosa performance dove canta, balla e brilla, in quello che ricorda una sorta di Halftime Show made in Italy di cui tutti, in questo momento, stanno ancora parlando.

Elodie in Giambattista Valli, scarpe Jimmy Choo, gioielli BulgariElodie in Giambattista Valli Sanremo
Elodie in Giambattista Valli, scarpe Jimmy Choo, gioielli Bulgari
Getty ImagesGiambattista Valli Haute Couture Inverno 2020
Giambattista Valli Haute Couture Inverno 2020
Press office

Per il terzo cambio Elodie torna al rosso scarlatto, con un voluminoso abito di tulle a cuore Giambattista Valli haute couture, abbinato ai sandali custom made by Jimmy Choo in raso e cristalli. Ed è ancora Valli couture il quarto abito da sera che Ramona sceglie per Elodie, incantevole tra le rouches, a suo agio sui tacchi altissimi del secondo paio di sandali gioiello customizzati Jimmy Choo. Nell'ultima parte della serata sanremese l'idea del sogno che Ramona voleva esprimere appare ben più chiara. E a tutti gli effetti riuscita, complice un finale dove Elodie si mette del tutto a nudo, prima con il discorso emozionante in cui ricorda un passato complesso, fatto di forza e al coraggio, poi con l'interpretazione di Mai Così di Mina accompagnata dal pianista jazz Mauro Tre, per lei il primo vero maestro di cui, commossa, ricorda l'insegnamento più prezioso: “Non bisogna sempre sentirsi all’altezza delle cose, l’importante è avere il coraggio di farle”. 

Elodie in Giambattista Valli, scarpe Jimmy Choo, gioielli BulgariElodie in Giambattista Valli Sanremo
Elodie in Giambattista Valli, scarpe Jimmy Choo, gioielli Bulgari
Getty ImagesGiambattista Valli Haute Couture Inverno 2019
Giambattista Valli Haute Couture Inverno 2019
Press office


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Chi ha vestito chi nella seconda serata di Sanremo 2021? Quali sono stati i look peggiori e quali quelli da ricordare? Dai vestiti vaporosi di Elodie al mantello lucente di Laura Pausini, dal look bianco di Gaia alle conchiglie di Orietta Berti, ecco le pagelle di stile della seconda serata di Sanremo 2021, gli outfit promossi e quelli bocciati e i voti agli abiti visti sul palco dell'Ariston.Continua a leggere

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Per Cristiana Girelli è la volta di un'esperienza nuova, su un palco e non su un campo di calcio! L'attaccante, una delle calciatrici più in vista attualmente, è infatti tra gli ospiti della seconda serata del Festival di Sanremo 2021. Alle sue spalle ha una carriera fatta di successi e soddisfazioni: ma tutti i traguardi che ha raggiunto, sono il frutto della sua grande determinazione, oltre che del suo talento.Continua a leggere

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La seconda serata del Festival di Sanremo 2021 è caratterizzata da un particolare luccichio: sono le paillettes della cappa di Laura Pausini, ospite che ha portato sul palco dell'Ariston la canzone premio ai Golden Globe 2021, Io si, al completo ricoperto da una glassa shining composta da micro dischi blu di Orietta Berti. Questa scelta comune anche a diverse giacche maschili si può leggere come una particolare voglia di far sognare tra musica, colori e luci.

Poi c'è il look divino di Elodie (salita sul palco come co-conduttrice) vestita dell'iconico tessuto tecnologico di Gianni Versace, nato grazie all'innovazione tessile italiana che è riuscita a drappeggiare il metallo. Il lungo abito di oroton (ovviamente firmato Versace) presenta un profondissimo spacco laterale e un importante incrocio sulla schiena: spicca la sfumatura color rosso fragola a contrasto con l'interno silver. Uno maggio all'affascinante Patty Pravo che per prima ha scelto la maestosità dell'oroton Versace per Sanremo 1984?

in Giorgio ArmaniMalika Ayane
in Giorgio Armani
Jacopo Raule / Daniele Venturelliin ValentinoLaura Pausini
in Valentino
Jacopo Raule / Daniele Venturelliin GCDSOrietta Berti
in GCDS
Jacopo Raule / Daniele Venturelliin Versace, gioielli di BulgariElodie
in Versace, gioielli di Bulgari
Jacopo Raule / Daniele VenturelliElodieJacopo Raule / Daniele VenturelliElodieJacopo Raule / Daniele VenturelliElodieJacopo Raule / Daniele Venturelliin Valentino (look in esclusiva)La Rappresentante di Lista
in Valentino (look in esclusiva)
Gaia GozziJacopo Raule / Daniele VenturelliFiorelloJacopo Raule / Daniele VenturelliFiorello, AmadeusJacopo Raule / Daniele Venturelliin GucciAchille Lauro
in Gucci
Jacopo Raule / Daniele Venturelli


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Malika Ayane torna a incantare il pubblico sanremese con la sua voce di velluto e il suo talento. Per lei è la quinta volta in gara al Festival: stavolta presenta il brano "Ti piaci così". Nel corso degli anni la cantante ci ha sempre abituati a cambi di look, soprattutto in fatto di capelli. Per il suo debutto all'Ariston alla 71esima edizione della kermesse si è comunque confermata elegantissima.Continua a leggere

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Willie Peyote è tra i Big in gara al Festival di Sanremo 2021, al quale partecipa con il brano "Mai dire mai (La locura)". Sebbene sia quasi sconosciuto al grande pubblico, ha una lunga carriera di successo alle sue spalle. Ecco tutto quello che c'è da sapere sulla carriera e sullo stile del cantante di "La tua futura ex moglie".Continua a leggere

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Irama è tra i Big in gara alla 71esima edizione del Festival di Sanremo, al quale partecipa con il brano "La genesi del tuo colore". Nonostante abbia solo 25 anni, il suo aspetto e il suo stile sono cambiati in modo drastico dalla vittoria di Amici ad oggi: ecco le foto che mostrano l'incredibile trasformazione del cantante.Continua a leggere

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Tra duetti consolidati e nuovi esordi, sul palco della 71 Edizione del Festival di Sanremo si sono esibite cantanti del calibro di Francesca Michielin, Noemi e Arisa e ospiti come Matilda De Angeli. Non tutte i look capelli però hanno riscontrato il favore del pubblico: ecco i top e flop tra le acconciature viste sul palco dell'Ariston.Continua a leggere

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